Cin@med

•1 novembre 2009 • 1 commento

Il post precedente mi ha riportato alla mente delle considerazioni che a proposito di cin@med avevo fatto in aula dopo la prima proiezione di qualche martedì fà. Considerazioni che, dando uno sguardo, negli scorsi giorni,  al blog di cin@med , mi sono accorta non essere state del tutto comprese da qualcuno dei miei compagni. Dato che sicuramente sono in grado di esprimermi in modo più chiaro in forma scritta, piuttosto che parlando in classe di fronte a 300 persone con il cuore che batte a mille per l’imbarazzo e la voce spezzata, coglierò questa occasione per specificare quello che intendevo. Quando a casa ho letto dell’iniziativa cin@med ho pensato che il fine ultimo della proiezione di questi film fosse permetterci di apprendere le basi dell’interazione medico-paziente / essere umano-essere umano, attraverso una didattica nuova, espressione di rottura con gli schemi didattici convenzionali, con i quali del resto ci troviamo ad avere a che fare quotidianamente, relativamente agli insegnamenti curriculari. Avevo interpretato l’utilizzo dello strumento “cinema” come la chiara volontà di lasciarci liberi nell’interpretazione, nella ticerca di un senso per le immagini e i dialoghi che ci saremo trovati ad ascoltare. Avevo interpretato il “mescolarsi” di insegnanti tra noi studenti come un segnale chiaro della volontà di percorrere questa strada alternativa.  Ed è per questo che ho trovato estremamente contraddittoria l’istituzione di un obbligo di frquenza.  Nella vita per me non ci può essere alcun obbligo alla riflessione, alcun obbligo a porsi delle domande…queste nascono da sole, spontaneamente, nelle menti e nei cuori delle persone INTERESSATE..quell’I CARE del quale abbiamo tanto parlato.  Più che apprezzabile è stata invece la volontà di inserire nel nostro percorso formativo un’iniziativa, come quella di cin@med appunto, che ci stimolasse alla riflessione su questi argomenti. Torno a ribadire quindi, che la mia obiezione non era da interpretare con intenzione polemica del tipo  “ma che diavolo ci fanno fare, che palle, voglio stare a casa mia, poi c’è anche l’esame di anatomia, ma cosa vogliono questi”, ma nel senso che ho appena cercato di chiarire.  Agli studenti poi che alla fine del dibattito si sono lamentati di aver perso un pomeriggio intero a polemizzare sull’obbligatorietà invece di concentrarci sulle tematiche emerse dal film, dico che, a mio parere ovviamente,  proprio non hanno capito…perchè il film in particolare, l’iniziativa più in generale, parlavano proprio di questo.

Assignment 8…Valutazione sul corso

•1 novembre 2009 • Lascia un commento

Come ho altre volte sostenuto in questo blog, questo corso mi ha posto i fronte a questioni sulle quali non mi era ancora mai capitato di porre l’attenzione.  Oltre alle tematiche delle quali abbiamo discusso, la vera novità è stata la possibilità di apprendere nella più completa libertà, secondo le inclinazioni e le esigenze di ciascuno.  Il professore non ha fatto altro che proporci delle occasioni di riflessione, degli spunti…la voglia e la possibilità di coglierle è dipesa per la maggior parte dal filtro della nostra attenzione, da ciò noi stessi siamo, o ci sentiamo di essere.  Credo che nell’apprendimento la motivazione giochi un ruolo fondamentale…e l’attribuzione anche.  Se lo studente attribuisce la causa del suo svolgere un compito all’obbligo, alla necessità di doverlo fare, anzichè alla personale volontà di portare a termine quel compito, l’esperienza formativa lascierà in lui un segno molto meno significativo. E questo durante questo corso non è mai avvenuto.  Ed è la cosa che in assoluto piùdi tutte ho apprezzato.

Assignment 7…Algoritmi per la medicina

•1 novembre 2009 • Lascia un commento

Sono appena stata sul sito medal.org e mi sono  autosottoposta  ad una valutazione del mio stato psichiatrico con BPRS, ovvero alla Brief Psychiatric Rating Scale of Overall and Gorham. Il sito è molto semplice, per avere la possibilità di accedere a tutti gli algoritmi delle ben 45 categorie disponibili è necessario registrarsi…in basso sulla destra troverete comunque una valida guida, Istructions for New Users, che vi spiegherà dettagliatamente, step by step, come utilizzare il sito. Per tornare in particolare al BRIEF, questa scala di valutazione si basa su 16 quesiti relativi ai propri eventuali sintomi psichiatrici, ai quali è possibile rispondere apponendo una x su caselle corrispondenti al grado con il quale il sintomo, se c’è, viene percepito dal soggetto. Sulla base delle risposte fornite viene calcolato, tramite l’algoritmo appunto, un punteggio che può essere compreso tra un minimo di 16 ed un massimo di 112, i punteggi più elevati corrispondono a situazioni patologiche più gravi. Direttamente dal sito medal.org sono poi andata a cercare le referenze di questa scala di valutazione su PubMed. Ho ricercato Brief Psychiatric Rating Scale, utilizzando un filtro per l’autore, Overall JE. Ho ottenuto così  ben 14 articoli in proposito, relativi all’applicazione della BPRS nei bambini, nei pazienti geriatrici, e all’adeguatezza della BPRS stessa nella classificazione psicopatologica.

Assignment 6…Riflettiamo sul Copyright

•1 novembre 2009 • Lascia un commento

….mmmm…argomento controverso!…indispensabile è la libera circolazione del sapere ai fini dell’emergenza del nuovo, questo è certo!…il rischio della totale rimozione delle barriere che delimitano il “proprio” è però quello di danneggiare le individualità, le singole menti creative. E credo che questo discorso sia applicabile ad ogni contesto nel quale sia incluso il concetto di proprietà privata. E nella nostra civiltà la proprietà privata c’è…e anche il denaro! Cerco di spiegarmi meglio riportando una mia personale esperienza che trovo attinente (o almeno spero che lo sia).  Per quanto l’Italia non sia esattamente il paese europeo -e non- nel quale la circolazione della cultura musicale risulti più fluida….e per quanto la maggior parte degli utenti giudichi performance che si discostano anche solo leggermente dalla “canzone italiana”,  pura avanguardia, la realtà è che c’è tutta un’Italia nascosta, fatta di paeselli di periferia e di grandi città, di etichette indipendenti,di locali, centri attivi, centri sociali,sale prove, nella quale il fermento c’è, c’è voglia di sperimantere, ci sono novità. Ma quando un piccolo gruppo “Indie” viene notato durante un concerto dal responsabile di una piccola etichetta cosa succede? Nessun contratto con la Sony cade improvvisamente dal cielo! Succede invece che, se il piccolo gruppo ha desiderio di farsi conoscere al mondo, decide di accordarsi con la piccola etichetta indipendente, la quale si…garantisce la registrazione di un album, la consulenza artistica, qualche contatto con qualche altrettanto sconosciuta agenzia di booking…ma NON mette i soldi per la produzione del CD…quelli li mettono monetina dopo monetina i componenti del piccolo gruppo. Arriva poi il grande giorno….l’uscita dell’album, diciamo 500 copie, reperibili nei negozi di musica, ovviamente previa ordinazione! Qualche mese dopo l’uscita opsssss…le canzoni sono già su internet (emule)! E, sul momento, i componenti si sentono quasi lusingatii…non si sarebbero mai aspettati di essere degni di tante attenzioni!…Liberi di circolare con i loro suoni nelle play list di ogni ascoltatore curioso che ha deciso così, liberamente, gratuitamente, di scaricare le loro creazioni. E certo, magari potranno contribuire a creare una scena sperimentale di dimensioni molto maggiori delle loro, potranno ispirare nuovi cambiamenti, più consistenti sicuramente. Ma dato che l’album è stato comprato giusto dagli amici più stretti e dai parenti,  nonni, zie, genitori ( che tra l’altro non saranno neanche le persone esattamente più allenate ad apprezzarne i contenuti)…il nostro piccolo gruppo non avrà neanche la metà dei soldi che gli saranno necessari per autoprodurre il loro nuovo secondo album, riversando così nel mare della cultura, i loro ultimo contributo. La cultura ne risulterà quindi potenzialmente impoverita. Ecco, per questo penso che il copyright sia una questione molto controversa, e che sia necessario uno strumento del tutto diverso per aggirare il problema, del quale però ancora non ho chiaro quali dovrebbero essere le caratteristiche. Almeno per oggi.

…Assignment 5…Le risorse bibliografiche

•31 ottobre 2009 • Lascia un commento

“Il risultato positivo di un esperimento non dimostra la verità di una teoria bensì la conferma solamente”.

Questa affemazione mi suscita una riflessione a proposito di un libro che ho letto “AIDS – il virus inventato-” di Peter Duesberg, professore di biologia molecolare e cellulare alla University of California, Berkeley.

In sintesi, nel libro Duesberg sostiene come a suo parere la ricerca sulle cause dell’AIDS si sia concentrata quasi esclusivamente sull’ipotesi virale dell’AIDS, nonostante più e più casi clinici nel corso degli anni abbiano dimostrato di contravvenire ai  postulati di Koch; molti soggetti HIV positivi infatti non hanno mai contratto la sindrome. Altri soggetti sono stati classificati come malati di AIDS pur non essendo HIV positivi. Questo metterebbe in dubbio la stretta correlazione causale tra il virus e la malattia. Una correlazione sicuramente c’è, ma secondo Duesberg, le evidenze cliniche non sono sufficienti a classificare tale relazione come causa-effetto. E allora perchè questa incertezza, se c’è,  non viene comunicata? Perchè si da per scontata l’equivalenza HIV=AIDS?  E ancora,  perchè continuano ad essere investiti milioni di dollari l’anno nella ricerca sull’ipotesi virale dell’HIV e tralasciando ogni altra  ipotesi alternativa?  Forse perchè, risponde Duesberg, la “caccia al virus” fa parte di un progetto economico di dimensioni internazionali…se c’è un virus dovrà esistere anche un vaccino, ecco perchè!

Credo che le affermazioni di Duesberg debbano necessariamente essere interpretate con la dovuta cautela. Credo però anche che sia importante sottolineare come il postulato dal quale questa mia riflessione ha preso spunto, che nasce, ormai molti secoli fa, assieme allo stesso metodo sperimentale, tutt’oggi non venga completamente rispettato.

Un altro esempio a questo proposito potrebbe essere la relazione tra HPV (Human Papilloma Virus) e tumore alla cervice uterina nelle donne. La mutua passa vaccini gratuiti per l’HPV per tutte le ragazze sotto i 16 anni proprio sulla base della suddetta relazione. Eppure, ad uno sguardo più attento, emerge che non vi è alcuna relazione comprovata di causalità tra virus e tumore, anzi , più in generale, nell’essere umano non è ancora stata dimostrata questo tipo di  correlazione per nessun virus associato ai tumori (HBV, HCV) . Sicuramente le ipotesi di Duesberg saranno frutto di un’esagerazione a scopo di denuncia, ma su questa mancanza del metodo scientifico dovremmo invece seriamente  riflettere.

…Gold Nanoparticles…

•31 ottobre 2009 • Lascia un commento

Sulle base di queste loro proprietà ci sono ricerche in corso su molte altre possibili applicazioni mediche delle nanoparticelle d’oro oltre che sul loro utilizzo nella diagnosi e nella terapia del cancro, dalla terapia per l’Artrite reumatoide alle potenziali applicazioni sul Morbo di Alzheimer, nuove prospettive originatesi a partire dai risultati fin ora ottenuti in vitro.

E’ questo l’oggetto degli altri cinque articoli che ho trovato.

Riporterò qui il contenuto di uno soltanto di questi articoli, quello più attinente agli scopi iniziali della mia ricerca. L’articolo si chiama “Efficacy of laser-activated gold nanoshells in ablating prostte cancer cells in vitro” di Stern JM, Stanfield J, Lotan Y, Park S, Hsieh JT, Cadeddu JA, del Dipartimento di Urologia dell’Università del Texas.

Prima di tutto occorre precisare che le “nanoconchiglie” non sono altro che nanoparicelle costituite da un “core” di Biossido di Silicio (” Silice” ), con propietà dielettriche, racchiuse in un rivestimento esterno di oro. Nella sperimentazione sono utilizzate due linee di cellule neoplastiche umane di cancro alla prostata, messe in coltura. Nel mezzo di coltura vengono inserite anche le nanoparticelle d’oro. Le colture cellulari vengono poi esposte a un fascio di luce con lunghezza d’onda vicino a quella dell’infrarosso (NIR – near infrared light- 810 nm) per 5 minuti. Per determinare il numero di cellule neoplastiche sopravvisute al trattamento vengono poi utilizzati crystal violetto assay, un tipo di functional assay che permettono di valutare la vitalità delle cellule sulla base dell’incorporazione del colorante da parte delle cellule vive, misurata con tecniche colorimetriche.  L’utilizzo dei crystal violet viability assay dimostra così la presenza di particolari distretti di morte cellulare in corrispondenza delle cellule trattate con le nanoshells e con i fasci di luce NIR. Le conclusioni riportate per l’esperimento sono quindi che le nanoparticelle d’oro irradiate con radiazioni del campo dell’infrarosso, assorbono la radiazione luminosa, surriscaldandosi, causando un danno, incompatibile con la vita, alle cellule tumorali con le quali sono selettivamente entrate in contatto.

…continua…Gold Nanoparticles

•31 ottobre 2009 • Lascia un commento

Interessata dall’argomento, ho pensato di basare la mia ricerca su PubMed proprio su questo, al fine di rintracciare eventuali altre ricerche in corso a livello internazionale in tal senso. Su PubMed ho effettuato una ricerca avanzata, dal database MeSH, utilizzando come parole chiave per la ricerca “gold nanoparticles”. Ho ricercato articoli  “free full text”, che avessero come oggetto animali o esseri umani di entrambi i sessi, relativi a sperimentazioni cliniche (clinical trial appunto), meta-analisi, e esperimenti in vitro. Ho ripetuto la ricerca più volte, modificando i filtri. Così facendo ho rintracciato 6 articoli di mio interesse. Il primo articolo che ho trovato,  ” Past, present and future of gold nanoparticles” (Jennings T. e Strouse G. della University of Toronto),  riguarda la storia delle nanoparticelle d’oro e dell’oro colloidale, ho pensato potesse essermi utile approfondire la mia conoscenza su cosa in effetti sono queste nanoparticelle. Dall’articolo è emerso che l’oro colloidale -sospensione in un fluido, solitamente acqua, di particelle sub-micrometriche di oro- è conosciuto e utilizzato fin da tempi antichissimi. Il liquido infatti assume una colorazione intensamente rossa per particelle di dimensioni fino a 100nm, giallo sporco, per particelle di dimensioni superiori. L’oro coloidale fu così utilizzato fin dall’epoca dei romani per la produzione di vetro colorato. A partire dal XIX secolo l’interesse per le nanoparticelle d’oro si poi spostato sulle loro proprietà ottiche, elettroniche e di riconoscimento molecolare.